Intervista al maestro Shuzo Oshimi

Quattro chiacchiere con il geniale autore de "I fiori del male"

Come un fiume in piena, per il catalogo delle opere di Shuzo Oshimi tradotte in Italia è arrivato il momento di debordare. A metà giugno sono usciti ben quattro titoli, pubblicati dal suo editore di riferimento, Planet Manga: Sweet Poolside, Devil Ecstasy, Avant-garde Yumeko, Yutai Nova: Viaggi Astrali. Ai primi di giugno erano usciti il sesto episodio della serie Tracce di sangue e la ristampa di Shino non sa dire il suo nome; a maggio aveva debuttato la serie Dentro Mari (Goen Manga), e nelle prossime settimane sono previste ristampe di diversi episodi del suo bestseller I fiori del male. Sono segnali inequivocabili: Oshimi è diventato uno dei protagonisti del manga contemporaneo, al punto da stimolare un vasto recupero di opere inedite.

Proprio il nostro paese - e chissà perché - sembra mostrare una qualche speciale sintonia con questo mangaka quarantenne, narratore disturbante di adolescenze intensissime, appassionato di pittura espressionista e di poesia surrealista, e fedele autore della scuderia Kodansha. In questa nuova ondata, infatti, solo Dentro Mari era stato già pubblicato fuori dal Giappone: Sweet Poolside è stato tradotto solo a Taiwan, mentre le altre tre opere sono tutte alle prima edizione internazionale.

Già assistente di Yuu Muraoka, dopo un Tetsuya Chiba Award nel 2001, una nomination ai Manga Taisho Award per I fiori del male (2012), due serie tv live action, una serie in animazione e due film, Oshimi si è ormai affermato come una firma tra le più influenti del seinen manga degli anni Duemila, riconosciuto internazionalmente tra i maestri di quella “generazione di mezzo” del seinen che si è affermata con Inio Asano o Boichi.

Sebbene I fiori del male fosse passato un po’ in sordina, ai tempi della prima edizione italiana, l’arrivo di Happiness nel 2017 ne aveva confermato le doti nel disegno, elegante ed espressionista, finendo nella selezione delle serie migliori del 2018 secondo Fumettologica. La pubblicazione nel 2019 di Tracce di sangue lo ha definitivamente consacrato come un maestro di tensione e crudezza psicologica, e sempre Fumettologica ha considerato TdS una delle migliori dieci serie a fumetti del 2019.

Shuzo Oshimi era stato annunciato ospite all’edizione 2020 di Comicon a Napoli, dove avevamo previsto di incontrarlo e di porgli diverse domande. Così non è andata, visto l’annullamento del festival, ma proprio in collaborazione con Comicon e con Fumettologica, lo abbiamo raggiunto per una splendida intervista. Matteo Stefanelli ha conversato con il sensei, scoprendo qualche dettaglio in più sulle sue passioni artistiche – anche italiane – ed approfondendo il cuore dei suoi temi più forti: la giovinezza, la tensione, il sesso, la disperazione – e gli sguardi.

Matteo Stefanelli: In dieci anni ha affrontato diversi generi – drama, horror, fantascienza, slice of life – ma gravitando sempre intorno a un unico centro: la giovinezza. Perché?

Shuzo Oshimi: Trovo sia interessante descrivere e disegnare i forti desideri dei personaggi, di qualsiasi età e condizione siano. Disegnando la conflittualità tra il desiderio nascosto nel cuore e la realtà che si deve affrontare, si crea una storia sulla giovinezza. Io la vedo così.

La giovinezza che raccontano i suoi manga è vertiginosa, intensa e drammatica. Ed è segnata dalle ossessioni: per l’autoaffermazione e per la letteratura ne I fiori del male, per la redenzione e per il sangue in Happiness, per le relazioni familiari in Tracce di sangue. La disperazione per l’inadeguatezza verso la vita arriva persino a sfiorare l’abisso: il suicidio. Come affrontano i suoi personaggi il desiderio di morte?

Quando ci si mette a riflettere in maniera molto seria su cosa significa vivere, oltre a tutti gli aspetti che ha sottolineato, penso che si arrivi anche alla disperazione che conduce al suicidio. Detto questo, però, nei miei racconti non voglio mai portare i protagonisti al suicidio. La vita può non avere senso, ma ha comunque un valore. Questo concetto era al centro di ciò che volevo esprimere quando ho creato I fiori del male. In seguito, in Tracce di sangue ho approfondito ulteriormente: e quando la vita non ha più nemmeno valore, si deve continuare a vivere?

Nelle sue storie ricorre uno schema: c’è un trauma, il tentativo di reprimerlo e le conseguenze complesse della sua gestione. Inclusi ricatti, equivoci, manipolazioni e gesti estremi. Eppure lo sviluppo non sprofonda nel nichilismo: la maturazione arriva, e con lei la consapevolezza. I finali di Happiness e I fiori del male, però, lasciano l’amaro in bocca: crescere significa maturare, ma anche perdere qualcosa. Che cosa?

Non mi piacciono i racconti che parlano di nichilismo e di poco altro, perché nel mio lavoro vorrei proprio andare oltre il nichilismo. Penso sia possibile diventare nichilisti per l’amarezza di perdere qualcosa, ma nel nichilismo e nella disperazione non si vive. Davanti a una svolta si può scegliere una via da seguire. Sceglierne una e andare avanti comporta perdere un’altra possibilità, ma allo stesso tempo, per sé stessi, è una speranza.

Il sesso ha un ruolo chiave nei suoi manga. E spesso è una pulsione ingestibile. In Tracce di sangue si evoca l’incesto, ne I fiori del male e in Happiness il sadomasochismo. Da dove nasce il suo interesse per l’erotismo e per le sue sfumature più inquietanti, violente, perverse? Quali esperienze personali ha cercato di trasferire nei suoi manga?

Sono stato precoce, diciamo. Quando avevo otto anni imparai da solo come praticare la masturbazione, ma i miei compagni di scuola non si erano ancora interessati al sesso. Lo facevo di nascosto, come se stessi tenendo un segreto. Successivamente, durante gli anni della scuola media, iniziai a leggere fumetti erotici abbastanza estremi e, in quello stesso periodo, cominciai ad appassionarmi alla pittura. Cercai quindi di imitare i disegni di Odilon Redon, Max Ernst e Hans Bellmer e, così facendo, credo di aver coltivato il mio gusto personale.

Le edizioni de I fiori del maleDentro Mari e Shino non sa dire il suo nome sono accompagnate da suoi commenti e note che, oltre a spiegare alcuni elementi delle opere, sono una specie di autobiografia per frammenti. Come mai ha deciso di svelare ai lettori episodi intimi della sua vita, dalla balbuzie alle relazioni con amici e familiari?

Una volta, un redattore mi disse: “Nei manga, è più interessante descrivere minuziosamente i propri sentimenti, come se li facesse passare attraverso la cruna dell’ago”. I fumetti che mi hanno colpito, infatti, sono stati quelli che mi hanno fatto sorgere domande come queste: “Perché sanno delle faccende che dovrei sapere solo io? Questa storia parla di me?”. Anch’io vorrei creare opere simili. Perciò cerco di spiegare la parte intima che avrei voluto nascondere, più di qualsiasi altra cosa.

La biologia invulnerabile dei vampiri in Happiness, lo scambio di coscienza in Dentro Mari, il feticismo di Nakamura e Makoto ne I fiori del male: quanto conta il corpo, nei suoi lavori? Le piace disegnare i corpi e i loro dettagli?

Per come sono fatto, la prima cosa che mi viene alla mente sono le immagini. Perciò faccio sempre un po' più di fatica nel creare le battute da far pronunciare ai personaggi. La cosa più importante, nei miei disegni, è il volto umano. Solo in seguito penso al corpo. E poi arrivano i paesaggi: vorrei rendere gli sfondi più soggettivi possibili, ovvero deformati in base allo stato d’animo di un personaggio. Quando ritraggo un volto, frugo negli archivi dei miei ricordi. Cerco le espressioni facciali che mi sono rimaste incise nel cervello. La stessa operazione la ripeto, poi, per tratteggiare un corpo. Rievoco le figure dei corpi che ho visto o toccato nella mia vita, nella mia quotidianità. È un lavoro faticoso, ma posso anche dire che è proprio per disegnare questi aspetti che amo creare fumetti e lavorare in questo mondo.

La suspense è, da sempre, una caratteristica del suo modo di raccontare. Lo dimostra bene Tracce di sangue, la sua serie più recente tradotta in Italia, che è un thriller psicologico molto teso. Leggere i suoi manga produce spesso ansia e inquietudine: turbare i lettori è importante?

Sì, è importante perché i lettori non leggeranno fino in fondo i miei fumetti, se non li coinvolgo turbandoli. D’altra parte, per darmi una buona motivazione per realizzare un manga, talvolta vorrei lanciare una sorta di maledizione, o suscitare un qualche trauma nei lettori.

Tra tutti i motivi grafici che caratterizzano i suoi manga, uno mi ha sempre colpito: gli occhi. Ne I fiori del male sono un simbolo ricorrente, sia attraverso il celebre disegno di Odilon Redon, sia nelle più diverse sequenze allegoriche, come nel capitolo 48, in cui la stessa città sembra fissare il giovane Kasuga con i “propri” occhi. In Happiness gli occhi spalancati di Makoto trasmettono il suo furore assassino e il terrore per ciò che osserva; la madre di Osabe in Tracce di sangue, con la sua espressione sorridente ma inebetita, ne lascia intuire la psicosi. Si può dire che gran parte delle emozioni, nei suoi manga, passano per gli sguardi?

Probabilmente, rispetto a tutti gli altri fumetti esistenti in Giappone, i miei manga contengono il più alto numero di tavole in cui compaiono occhi zoomati (risate)! Ho sempre voglia di disegnare gli occhi. Sto particolarmente attento ai movimenti: quanto sono spalancati, o come si posano in alto o in basso. Quando qualcuno percepisce un peso sulla coscienza, i suoi occhi girano a sinistra; e quando qualcuno mente, gli occhi puntano a destra. Amo anche disegnare la bocca secondo inquadrature molto ravvicinate: una bocca socchiusa che sta per pronunciare qualcosa, una bocca in un momento subito prima del sorriso … e così via. Il fiore dell’occhio di Odilon Redon guarda verso l'alto, con la massima rotazione possibile. A me sembra che stia fissando al di là del mondo, e per questo motivo lo ho usato come un leitmotiv nella mia opera.

Ne I fiori del male Nakamura e Kasuga sognano di andarsene dalla loro asfissiante cittadina, dall’“altra parte”. Penso si possa dire che Okazaki in Happiness, scegliendo l’immortalità come vampiro, realizzi gli obiettivi di Nakamura. L’“altra parte” si può raggiungere solo nella finzione... La realtà, però, è diversa, e forse lo spiegano bene il Kasuga più maturo quando urla ai genitori “sono tornato” [I fiori del male vol.9] e, nel finale, la protagonista di Shino: i confini, le illusioni - l’“altra parte” - non sono che una fuga. Cosa spinge tanti suoi personaggi a fuggire dalla realtà costruendo “altra parte”?

Ne I fiori del male ho usato un’espressione - l’“altra parte” - con la quale volevo rappresentare un vero mondo che esiste fuori dal maledetto, brutto mondo reale. Era l'idea di un mondo in contrasto con la società circostante. Perché si giunge a questo stato, con questo pensiero…? Dal punto di vista del contesto sociale dei personaggi, si tratta di una fuga o della paura per la realtà. Ma per chi si sente emarginato, invece, si tratta di una speranza. Esiste un certo numero di persone che sentono che il mondo interno è il "vero" mondo. Io sono stato uno di questi.

Nelle sequenze più intense per i personaggi, a volte il disegno cambia drasticamente: esplode, svanisce, trema… I corpi diventano fiammelle nere ne I fiori del male, pennellate di inchiostro in Happiness, tratteggi divisionisti in Tracce di sangue. Talvolta prevalgono toni espressionisti o simbolisti, altre più impressionisti o art déco, e si sentono echi di Munch, Ernst, Goya e altri pittori e artisti. Cosa la spinge a cambiare direzione nel disegno?

Cerco di riprodurre nel mio fumetto il mondo che vede e percepisce il protagonista. Il volto che gli sembra bello vorrei renderlo molto bello, e il paesaggio che gli pare bello deve essere splendido. Quando il personaggio prova paura, ritraggo il mondo come se stesse per crollare. Cito spesso i dipinti di altri pittori perché penso che sia una direzione adatta, per esprimere i sentimenti soggettivi dei protagonisti. Quando il protagonista raggiunge un limite estremo, e la sua coscienza crolla, deformo drasticamente il disegno: voglio che i lettori riescano a riconoscere le sue esperienze come proprie, e provino così le stesse sensazioni. Il mio pittore preferito è Odilon Redon, e al secondo posto c’è Andrew Wyeth. Tra i pittori italiani, invece, mi piace Giorgio Morandi.

In alcuni manga, come I fiori del male, ha citato alcune letture e fonti di ispirazione. E Drifting Net Café è un omaggio esplicito al Kazuo Umezu di Aula alla deriva. Quali sono stati i manga su cui si è formato, e quali sono i mangaka con cui, oggi, sente di condividere una certa sintonia?

I mangaka che mi hanno influenzato sono Yoshiharu Tsuge, Naoki Yamamoto, Jun Hayami, Kazuo Umezu, Tetsu Adachi, Junji Ito, Daisuke Igarashi, oltre naturalmente a diversi altri. Quelli con cui sento di condividere, oggi, una certa sintonia, sono Tomomi Abe e Yukiko Goto. Tra i più giovani, invece, c’è Ruru Jodo.

Continuerà a raccontare la giovinezza, nei suoi prossimi progetti? E quali temi – anche semi-autobiografici – intende sviluppare?

Ho iniziato da poco la pubblicazione, serializzata, di un nuovo manga: Okaeri Arisu (“Bentornata Alice”, per un approfondimento su Fumettologica, cliccate qui). Il tema di questo lavoro è la ricerca sulla sessualità maschile e sulla sua scomposizione. I protagonisti sono una coppia formata da un ragazzo e una ragazza adolescenti ma, in questo caso, la pubertà non è di per sé il tema principale. Per quanto riguarda il filone semi-autobiografico, penso di portarlo al termine, in qualche modo, con Tracce di sangue. Non saprei però dire con esattezza cosa disegnerò dopo, finché non l’avrò finita.

Grazie e un saluto a tutti i lettori.

 

 

© degli aventi diritti